Rotta

venerdì 19 giugno 2015

A voi la parola - Monkey D. Luffy, personificazione di una morale


Vi riporto oggi un’interessante analisi di Francesca Ganci sul protagonista di ONE PIECE (parlo – ahimé – di Monkey D. Luffy, né di Sanji né tantomeno di Teach). Già ai tempi scrissi la mia sul personaggio, trovate l'articolo QUI.
Vi ricordo che potrete finire anche voi nella rubrica “A voi la parola”, basta inviare i vostri pezzi in privato in pagina (ovviamente verranno pubblicati solo se particolarmente interessanti e se avranno una certa lunghezza, altrimenti finiscono direttamente in pagina). Altra cosa, per recuperare un po’ il tempo perduto in questo mese, vi aspetto anche domani con un nuovo articolo della stessa rubrica.

FRANCESCA GANCI
Esistono tantissimi Shonen al mondo e ognuno di essi ha un protagonista: tra tutti Monkey D. Luffy è sicuramente quello più irritante, e talvolta anche quello più stupido!
Ha il carattere di un bambino di cinque anni che vuole sempre tutto e subito, non si accontenta mai se le cose non sono come dice lui, vuole sempre avere ragione e non ascolta nessuno che non condivida le sue idee, è egoista al massimo e quando si tratta di cibo non guarda in faccia nessuno.
È ignorante, in ogni senso: ignora non solo le notizie relative al mondo che lo circonda, e che per lui dovrebbero essere fondamentali, ma ignora anche le più basilari regole del vivere civile, comportandosi sempre nel modo meno opportuno, sia con gli amici che con gli estranei.
Tutte queste caratteristiche fanno di Luffy il mio personaggio preferito: libero, irriverente, senza pensieri, dedito solo al suo spirito d’avventura, tuttavia è sempre leale con gli amici, gentile con gli estranei, sa alleggerire i momenti pesanti, ma sa anche quando è l’ora di prendere in mano la situazione.

Quando penso al personaggio di Luffy, poiché una parte del mio cervello è sempre concentrata sulla filosofia, mi torna in mente uno dei miei filosofi preferiti, Immanuel Kant, che nella Critica della Ragion Pratica identifica le qualità materiali e intellettuali come dei beni, sostenendo tuttavia che queste qualità non sempre conducono a buoni esiti, poiché possono essere usate in modo moralmente sbagliato, dando vita a delle cattive azioni. Tuttavia esiste ciò che Kant chiama la Volontà Buona, che porta al bene in qualsiasi modo e in qualsiasi circostanza.
Ed è proprio questa “volontà buona” che, secondo me, anima il personaggio di Luffy, rendendolo diverso dal solito protagonista forzuto e combattivo, che fa ogni cosa per raggiungere un obiettivo o inseguire un ideale. In Luffy c’è qualcosa di più, una piccola scintilla che però permette a tutti di affezionarsi e di vedere in questo protagonista qualcosa di differente e di inaspettato.
In ogni saga, Luffy non ha mai considerato i vantaggi e gli svantaggi che derivano dallo schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra, non ha mai agito per simpatia, per orgoglio, per egoismo o per interesse personale (come invece potrebbe sembrare), anche perché non avrebbe nemmeno i dati per poter operare questo tipo di decisioni, dato che durante lo “spiegone della saga” lui solitamente sta mangiando, dormendo o comunque è in qualche modo distratto, senza considerare che la sua capacità di elaborazione è pari a quella di un neonato i cui istinti base sono piangere e urlare. Per cui, credo che la verità sia che Luffy abbia sempre agito seguendo il proprio istinto, compiendo il suo dovere in maniera disinteressata, mosso solo dal puro rispetto di quella che è la sua “legge morale”. 
Durante le varie saghe, la personalità di Luffy “viene meno”, sembra annullarsi davanti alle esigenze che in quel momento, secondo la sua morale, sono più importanti: i suoi capricci si sopprimono, la sua fame si placa, il suo spirito d’avventura si mette in pausa, l’unica cosa che continua ad animarsi è la voglia di fare il suo dovere, e solo quando lo avrà compiuto allora la sua personalità potrà riprendere il pieno controllo della sua mente, portandolo nuovamente a lamentarsi, a strafogarsi di carne o a scegliere la rotta più pericolosa da percorrere.


Quando aiuta la principessa Bibi a sconfiggere Crocodile, non lo fa certo per la fama o per la gloria, ma perché comprende la situazione di un paese pervaso da un cancro di cui è totalmente all’oscuro e che viene accuratamente tenuto nascosto.
Quando suona la campana d’oro a Skypea, lo fa per mantenere una promessa appartenuta ad un’epoca lontana, ma il cui eco fa ancora vibrare forte il cuore di chi ascolta quella campana, sebbene la promessa sia stata dimenticata.
Quando si trova ad aiutare uno scheletro a recuperare la propria ombra, lo fa sempre in modo disinteressato, e la cosa più bella è il momento in cui Luffy propone a Brook di entrare in ciurma, col sorriso sulle labbra, un sorrido rivolto a qualcuno che è stato solo per tanto tempo, ma che ha ancora un valido motivo per vivere e portare a termine la sua promessa (sì, perché se c’è una cosa che ho imparato da Brook è che una promessa fatta ad un amico non può essere spezzata nemmeno dalla morte).
La stessa guerra di Marineford, scoppiata a causa di suo fratello Ace, non viene combattuta con intenti egoistici; è vero che lo scopo di Luffy è quello di salvare il fratello, tuttavia la morte di Ace sul patibolo sarebbe stata una morte “d’avvertimento”, una morte che non intendeva punire Ace in quanto tale, ma che voleva essere una sorta di minaccia per la nuova generazione di pirati, usando il figlio di Gol D. Roger per ciò che rappresenta concettualmente e non realmente. 
Altra saga rilevante è certamente quella degli uomini-pesce, durante la quale Luffy si trova ad affrontare il Nuovo Mondo, quindi un nuovo tipo di avventura e nuove esperienze da fare; sebbene adesso Luffy lotta portando dentro di sé una nuova consapevolezza, scaturita dalla perdita del fratello: il valore dei suoi compagni di viaggio. Compagni per i quali ha sempre lottato, ai quali ha sempre concesso un riscatto, una rivincita, a cui ha donato nuove speranze e ha dato nuovi motivi per andare avanti o riprendere ciò che si era interrotto.
Luffy ha avuto la grande capacità di inglobare i sogni dei suoi compagni con il suo, rendendo quella promessa racchiusa in un cappello di paglia, qualcosa di unitario e comune a tutta la sua ciurma, che adesso, dopo due anni si dimostra fortemente legata al suo capitano. Ogni mugiwara si è allentato duramente per riuscire a proteggere non solo al meglio se stesso, ma anche il proprio capitano e i propri compagni.
Luffy ha insegnato loro il valore dell’unità, lui è il collante di una ciurma tanto eterogenea quanto unita da un legame davvero profondo e reale, che a noi lettori sembra quasi palpabile.

Potrei andare avanti e citare anche le altre saghe, ma il succo è sempre quello: Luffy segue il dovere per il dovere, la sua è una moralità pura poiché non è mai condizionata o finalizzata al conseguimento di un determinato scopo suggerito dall’esperienza. Tutto ciò che lo muove e lo anima è la sua fiducia nella sua morale, in ciò che lui crede essere giusto, e pur di assecondare questo istinto è disposto a rischiare la vita per una causa che, sebbene non sia direttamente connessa alla sua vita, lo tocca profondamente, tanto da spingerlo a schierarsi sempre da una parte o dall’altra, e a combattere una battaglia non sua che però porta avanti degli ideali di cui Luffy è certamente la personificazione.

4 commenti:

  1. Risposte
    1. Gyà, focus molto condivisibile.
      Anche se Francesca ha ripetuto ogni 3x2 "secondo me" :v

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  2. Non avrei mai immaginato un giorno di leggere una teoria in cui si fa un parallelo tra Luffy e Kant, ma devo ammettere che l'autrice ha ragione da vendere! (studio filosofia e ne so pure io qualcosa di Kant)

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